Pane Al Pane

Si, sfogliami come pane
non prima però
di vederti diventare
mano della sera che affonda
in un barattolo di marmellata,
non prima, certo
di esserti sporcata la maglietta
di almeno tre taglie più larga.

Che tu sia pane
per immergerti nelle mie pene
nei dolori delle cartilagini
esauste, per sfamarmi dopo
il passo gigante delle giornate.

rsk

Bianco Sporco

Finiti gli studi
un lavoro tramite agenzia interinale
contratto determinato
otto ore su due turni in una ditta chimica
io, da giovane neo diplomato
a numero sul cartellino stampato.
Venne poi il tempo dell’artigianato,
martelletto e squadretta per raddrizzare alette
di scambiatori di calore in rame
sul banco prova liscio, di olio ricoperto
per evitare che arrugginisse, poi
la giostra per saldare e la piegatrice
su cui si frantumavano i miei coglioni.
Finì con il mio saluto e il servizio civile in Croce Bianca
e mio zio allora presidente ad aspettarmi alla porta
per le solite raccomandazioni.
In quei mesi
vecchietti da portare avanti e indietro
i ricoverati e i dializzati
e poi ancora i traumatizzati
gli incidenti per strada
gli infarti in casa
i suicidi della fame e del niente.
Finita quella da molti chiamata pseudo vacanza
pagata l’ultima retta che mi spettava,
il lavoro in fabbrica
gli sbuffi di una cremagliera
a sussurrarmi dolcezze fino a sera,
il primo stipendio da lavoratore fisso
e le prime dita schiacciate dentro un mandrino.
Passa qualche mese, cambiare di nuovo lavoro
per avvicinarmi a casa
per impegnare le ore una volta dedicate al viaggio
allo straordinario, che in ditta c’è sempre bisogno.
Infine, scoprire per ultimo il poeta operaio,
e vedere arcobaleni nel bianco più sporco.

rsk

And the winner is…

Eh niente, ripropongo qui la mia poesia #44, la quale ha avuto il piacere di essere una delle vincitrici del venticinquesimo Premio “Ossi Di Seppia” Poesia.

Evitando la solita manfrina di ringraziamenti alla giuria, al pubblico e a mamma&papà, dico solo che è estremamente godurioso vincere con una poesia che parla, tra l’altro, di puzzare come un cane…

#44

Mi porto a casa il rumore della fabbrica
come un reduce porta dentro di sé il ricordo della guerra.
Nella doccia ritrovo
lo stridere del metallo
il battere del martello
e tra i capelli ho sparsi i trucioli di un cristo di ferro.
Il tempo ciclo è importante più dell’ anima,
la velocità è tutto
gli avanzamenti sono tutto
e il mio invecchiare è il niente,
io sono solo un meccanismo sostituibile.
Mi porto a casa l’odore della fabbrica
come un cane che ritorna da un tuffo nella fogna
e sul limitare penso spesso
al tempo perso là dentro
alla poesia di Prévert nel mio armadietto
e al sole che brucia le spalle
mentre alla mia pelle ci ha già pensato il solvente.

Una delle voci che più di tutte ha influenzato la mia personale visione della poesia è senza ombra di dubbio quella di Luigi Di Ruscio.

Luigi Di Ruscio è un poeta operaio degli anni ’70.

Nato a Fermo il 27 gennaio 1930, esordisce nel ’53 con il libro Non Possiamo Abituarci A Morire e nel ’57 si trasferisce a Oslo dove per trentasette anni lavora come operaio metallurgico.

Muore a Oslo il 23 febbraio 2011.


Le ore sei sono l’inizio della nostra giornata

noi siamo l’inizio di tutti i giorni

inizia il giro delle ore sulla trafilatrice

che mi aspetta con la bocca spalancata

inizia la mia danza il mio spettacolo

in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole

e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi

rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola

spio i minuti sul quadrante dal grande occhio

e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena

ci attende il riposo per la sveglia di domani

la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli

ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza

con l’allegria fuori della mia ragione.

Tu eri sul divano e io stavo con la fame da frigo vuoto
appoggiato al termosifone che, per qualche sua ragione,
quella sera rimase freddo.
Il tuo respiro era il ritmo della stanza da notte,
il battere e levare della campagna dormiente
e in quella quiete il tuo nome
non era un vello sceso dal cielo
ne tantomeno una mano che mi portava al Signore, no
il tuo nome
era una lanterna che vibrava per il vento
un pettine di poesia lasciato sul televisore spento
ed era terreno, diventato di questo spazio
già dal momento in cui io ti dissi
di aver finito l’elenco delle stelle
già dal momento in cui tu mi dicesti
che la coperta di lana era troppo corta per uscire a piedi nudi nella nebbia
che il gelo negli occhi ti faceva male come fosse sabbia
e che non importava affatto se non ti leggevo due versi perché
in tutto quello strazio
ti bastava unicamente il crepitio del mio abbraccio.

rsk