And the winner is…

Eh niente, ripropongo qui la mia poesia #44, la quale ha avuto il piacere di essere una delle vincitrici del venticinquesimo Premio “Ossi Di Seppia” Poesia.

Evitando la solita manfrina di ringraziamenti alla giuria, al pubblico e a mamma&papà, dico solo che è estremamente godurioso vincere con una poesia che parla, tra l’altro, di puzzare come un cane…

#44

Mi porto a casa il rumore della fabbrica
come un reduce porta dentro di sé il ricordo della guerra.
Nella doccia ritrovo
lo stridere del metallo
il battere del martello
e tra i capelli ho sparsi i trucioli di un cristo di ferro.
Il tempo ciclo è importante più dell’ anima,
la velocità è tutto
gli avanzamenti sono tutto
e il mio invecchiare è il niente,
io sono solo un meccanismo sostituibile.
Mi porto a casa l’odore della fabbrica
come un cane che ritorna da un tuffo nella fogna
e sul limitare penso spesso
al tempo perso là dentro
alla poesia di Prévert nel mio armadietto
e al sole che brucia le spalle
mentre alla mia pelle ci ha già pensato il solvente.

Il tornio è in movimento, produce venti pezzi all’ora
ma se spingo di più potrei fare una piccola scorta
per staccarmi dai mandrini, dalle loro accelerazioni.
Io sono in movimento, ho gambe stanche
ho le ginocchia sghembe come ganasce che serrano e allentano la presa
in continuazione – precetto di alienazione.
Il tornio e io siamo in movimento costante
e seppure immobili balliamo i passi di un valzer
nel rimbombo dei motori.
Ma a volte in quel frastuono vorrei cedere al sonno
lasciarmi cadere, dormire, scivolare giù in una pozza di olio
per passare sotto le porte, fino a raggiungere le fogne
vorrei essere scarto, una virgola di tessuto carnale e metallico
scendere nelle tubature fino a raggiungere il liquame
come detrito mescola composto petrol – fossile
e impregnare la terra, impregnare acqua e fili d’erba
ed essere infine particella del cibo in scatola che mangio
io, autore della mia reincarnazione in pausa pranzo.r

rsk

Alla fine quel che conta è
la trasparenza con cui tu guardi me
non come poeta ma come operaio,
un operaio che rincasa
con i piedi sformati dalle antinfortunistiche
con i calli che rendono il passo zoppo
e la salopette che porta sulla pettorina
il marchio dell’azienda.
Se mi incontri per strada
con questi sponsor di sventura
non chiamarmi
e non farmi cenno di amicizia,
non stringere il pugno e non batterlo sul petto,
non fare finta di non sentire l’odore
del lubrificante
e del supplizio di avere calcestruzzo come cielo.
Non credermi eroe di inchiostro e di scalpello,
io sono quello
che con il nome dei pianeti non spartisce
né camicie né jeans alla moda,
che non calza scarpe di cuoio
dalle sei del mattino alle sette di sera.
Io sono
il residuo di lavoro nella maglia
che ti sfrega la pelle
che ti punge come un’ape
che ti sveglia quando ti pizzica rovente.
Alla fine quel che conta è
che tu legga questa poesia scritta sulla mia schiena dritta
senza dire di me
che sono poeta.

rsk