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Una delle voci che più di tutte ha influenzato la mia personale visione della poesia è senza ombra di dubbio quella di Luigi Di Ruscio.

Luigi Di Ruscio è un poeta operaio degli anni ’70.

Nato a Fermo il 27 gennaio 1930, esordisce nel ’53 con il libro Non Possiamo Abituarci A Morire e nel ’57 si trasferisce a Oslo dove per trentasette anni lavora come operaio metallurgico.

Muore a Oslo il 23 febbraio 2011.


Le ore sei sono l’inizio della nostra giornata

noi siamo l’inizio di tutti i giorni

inizia il giro delle ore sulla trafilatrice

che mi aspetta con la bocca spalancata

inizia la mia danza il mio spettacolo

in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole

e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi

rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola

spio i minuti sul quadrante dal grande occhio

e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena

ci attende il riposo per la sveglia di domani

la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli

ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza

con l’allegria fuori della mia ragione.

Tu eri sul divano e io stavo con la fame da frigo vuoto
appoggiato al termosifone che, per qualche sua ragione,
quella sera rimase freddo.
Il tuo respiro era il ritmo della stanza da notte,
il battere e levare della campagna dormiente
e in quella quiete il tuo nome
non era un vello sceso dal cielo
ne tantomeno una mano che mi portava al Signore, no
il tuo nome
era una lanterna che vibrava per il vento
un pettine di poesia lasciato sul televisore spento
ed era terreno, diventato di questo spazio
già dal momento in cui io ti dissi
di aver finito l’elenco delle stelle
già dal momento in cui tu mi dicesti
che la coperta di lana era troppo corta per uscire a piedi nudi nella nebbia
che il gelo negli occhi ti faceva male come fosse sabbia
e che non importava affatto se non ti leggevo due versi perché
in tutto quello strazio
ti bastava unicamente il crepitio del mio abbraccio.

rsk

Con La Forza Di Un Fiore

Ho cominciato a scavarmi
appena ho capito che non stavo bene sulla cima
e più mi spingevo giù
più la profondità mi faceva male.
Sono sceso tra ragnatele e buchi dell’ anima
nel ventre dove hanno sete i malumori
non c’era sorgente di acqua pura
ma soltanto il fango di cristalli sbriciolati
a dissetare i miei riflessi.
Ho raccolto un sorso di te
lì ferma a piangere la mia arsura
e camminato sulla terra della siccità
senza la minima paura
a piedi scalzi
per sorprendermi
solo stringendomi ai tuoi capelli.
Frantumando distanze labili
risalendo orizzonti impensabili
ho scardinato l’ amore con la forza di un fiore
e reso incancellabili questi miei passi
che oggi lasciano tracce di te.

rsk

Il tornio è in movimento, produce venti pezzi all’ora
ma se spingo di più potrei fare una piccola scorta
per staccarmi dai mandrini, dalle loro accelerazioni.
Io sono in movimento, ho gambe stanche
ho le ginocchia sghembe come ganasce che serrano e allentano la presa
in continuazione – precetto di alienazione.
Il tornio e io siamo in movimento costante
e seppure immobili balliamo i passi di un valzer
nel rimbombo dei motori.
Ma a volte in quel frastuono vorrei cedere al sonno
lasciarmi cadere, dormire, scivolare giù in una pozza di olio
per passare sotto le porte, fino a raggiungere le fogne
vorrei essere scarto, una virgola di tessuto carnale e metallico
scendere nelle tubature fino a raggiungere il liquame
come detrito mescola composto petrol – fossile
e impregnare la terra, impregnare acqua e fili d’erba
ed essere infine particella del cibo in scatola che mangio
io, autore della mia reincarnazione in pausa pranzo.r

rsk