Archivi tag: #poesia

Tre poesie per tre orari topici

I.

Non c’è suono di cicale,
all’alba.
C’è solo il canto dei torni,
di api su boccioli d’acciaio.

II.

Torno a casa per la pausa pranzo.
La tovaglia è già stesa sul tavolo, dal mattino
e su di essa un piatto con bicchiere e posate.
Per il mio stomaco
un piatto di pasta, una marmitta di insalata
e niente vino,
che devo restare leggero.
Per il mio spirito, invece
riservo un pisolino di dieci minuti
in cui addomesticare la stanchezza,
l’umore cattivo della scimmia.
In questo breve spazio, noi che rientriamo
siamo la fame del mondo
siamo la stanchezza del mondo
e non abbiamo buoni pasto
da appendere allo spago teso da un muro all’altro
ma magliette pregne di sudore, bandiere
che non resteranno mai ferme nella corrente.

III.

Tutto tace alle diciassette:
il compressore dell’aria
le morse sopra i tavoli
e il carrello degli attrezzi.

Non c’è alcuna vita, all’uscita; soltanto
un cane che latra laggiù, a oltranza.

rsk

Il lavoro al banco prova
consisteva nel collegare lo scambiatore di calore
a due bocchettoni dell’aria compressa
e immergerlo nella vasca dell’acqua
per controllare eventuali falle nella saldatura.
Lo scambiatore veniva poi appoggiato
a un piano ben oliato
e con precisi colpi di martelletto e squadretta
gli si raddrizzavano le alette di rame.
Il vecchio Mario, raggrinzito ed esile,
lo faceva assai bene,
così velocemente
da essere soprannominato il ragno.

rsk

Il Tempo Perso

Sulla porta dell’officina

d’improvviso si ferma l’operaio

la bella giornata l’ha tirato per la giacca

e non appena volta lo sguardo

per osservare il sole

tutto rosso tutto tondo

sorridente nel suo cielo di piombo

fa occhiolino

familiarmente.

Dimmi dunque compagno sole

davvero non ti sembra

che sia un po’ da coglione

regalare una giornata come questa

ad un padrone?

(Jacques Prévert)

(Alba Meccanica, sole su tela, 2019

Roskaccio)

Quintessenza

I tuoi occhi non sanno
di falene che se ne vanno dentro altri occhi, ardenti
come ghiaccio non si spengono
in posacenere d’acqua e argento.
Le tue menti ricordano
esplosioni e disarmo, si diramano
fino a dove nasce il bel canto
e i tuoi palmi – splendidi – non stringono ne incatenano
ma tremano.
Vibrando, ardono e poi incendiano.
Il tuo volto
è una linea oltreoceano,
la quintessenza della bellezza,
e i tuoi seni ne immettono la forza.
Chi li canta
non ti sa davvero cantare
perché non c’è uomo in grado
di scardinare la gloria di chi ti ha creato.

rsk

Senza Titolo

A volte vorrei rallentare un poco,
fermarmi prima del supplizio
prendere qualsiasi piccolo insegnamento
e ficcarlo con forza
tra le costole di ogni discorso sospeso.
Mi prende una sorta di malinconia, sai
quando tiro il freno a mano
e sfrigolo sul ghiaccio di sensazioni rubate,
quando una riga sulla superficie liscia
diventa solco nel terreno,
quasi a deturpare
il bello di questo mio faccino barbuto.
A volte vorrei affondare un poco, scemare nel blu cobalto
di un maglione infeltrito,
di un cielo da rondini screziato
di una corsa che sta lì in mezzo, raccolta in un libro che ho riletto.
Non so cosa darei, forse un assegno in bianco
per retrocedere a quell’abbraccio dal sapore di sesamo
ed essere pagnotta nelle mani di chi per anni
ha impastato sapienza
e coraggio di vivere.
Ma oggi non è tempo.
Ora per ora, pezzo per pezzo,
regalo un mio ricambio. E non è cosa da poco.
Forse sbaglio, ma lo faccio
per comprarmi un maglione
che non sia infeltrito dal mio scorrere rattoppato.
È in questi istanti moltiplicati
in un gioco di specchio su specchio
che tengo premuta la valvola del respiro
e lascio uscire ed entrare il necessario
dalla soglia del mio Gòlgota,
barcollando in preda al pianto.
Non so cosa voglia significare
questa pseudo lettera che fluisce ruffiana.
Forse sono solo cicatrici,
qualcosa da cacciare fuori dalla fronte
come un bernoccolo che non ha dimensione.

rsk