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Papà è sempre stato un gran lavoratore.
Ha iniziato presto a sgobbare,
intorno ai quattordici anni, che a quei tempi
qualche soldo in più in casa
faceva davvero comodo.
Da che ne ho memoria
io lo sentivo alzarsi di buon’ora al mattino
per uscire e tornare tardi alla sera;
a volte non lo vedevo per giorni
e quando rincasava portava con sé un sacco pieno
di stracci sporchi e di ricordi.
Papà è sempre stato un gran lavoratore
e mi ha insegnato il culto del sacrificio
e del lavoro, e a non rimanere mai
con le saccocce sgonfie.
Oggi che è in pensione
si trova al mare, a inseguire l’estate;
mi invia foto di spiagge assolate, di palme verdi
e di ombrelloni aperti,
mi invia foto del sudore di un ex lavoratore
steso al sole.
Mi chiede se sto bene, se penso mai
al giorno che sarò io in pensione.
Gli rispondo – amaro – di sì.
Non sa che qui in fabbrica è un eterno inverno.

rsk

C’era La Polizia A Firenze

C’era la polizia a Firenze
e le tue iridi brillavano,
brillavano fuorilegge.
C’era la polizia e tu andavi
contromano
contropensiero
controfiletto.
Tu andavi e da te scansavi la gente.
I monumenti ti guardavano
mangiando i panini più zozzi, quelli
pieni zeppi di salse piccanti – per intenderci,
e i piccioni bevevano,
bevevano il succo rosso dei colli.
L’Arno ti bagnava i calzoni e le tasche
e le stringhe delle scarpe,
gli artisti di strada tentavano le tue anche
ma tu eri sfuggente, fendevi la penombra
nessuno riusciva a catturare
la tua camicia di donna.
C’era la polizia a Firenze,
la polizia da ogni buco del globo,
c’erano pure i sergenti amici di Dante
e le file di turisti cinesi – si, quelle ci sono ovunque.
Tutti al tuo seguito, a farti da scorta.
Io invece me ne stavo lì, in disparte
a non guardare quella culla di città
ma le tue fresche natiche.

rsk

Sognai che pioveva – piove sempre nei miei sogni.
Davanti a me c’era calca,
una colonna di ombrelli e cappucci
in attesa del 41 per chissà dove.
Le gocce colavano e rimbalzavano
fino all’asfissia del cielo,
il ciottolato era grigio, lucido, freddo.
Sognai alle mie spalle
un ipermercato chiuso
imbottito di pesce surgelato – aragoste seppie e naselli
che giocavano a rincorrersi.
Poi mi svegliai
e mi riaddormentai
e sognai lei, ferma di fronte a me.
La sua lingua nella mia bocca
le mie palle nella sua mano.
Poi mi svegliai
e di nuovo mi addormentai.
Le centrali termonucleari erano diventate piccoli cerini
e c’era foschia – tanta pungente foschia
ma la pelle bionda di lei era ancora lì
come un sole smorzato
un sorriso rubino
la fine di tutto questo sporco.

rsk

Di pochi millimetri
è lo spessore della mia pelle.
Appoggiati qui, sulla spalla
lasciati entrare dentro
per seguire vene e pulsazioni,
scivolare tra pancreas e polmoni,
essere parte dell’ombelico.
Scendi giù intorno alla vita,
accarezza le colonne del movimento
e toccami le ginocchia, la loro fragilità.
Chinati sui mie piedi
e bacia la loro fatica,
sii sollievo alla fine del ritorno.
Poi prendi l’arteria, sali di sopra,
fino alla zona più intima,
lecca i miei desideri, ascoltali respirare.
Raggiungi stomaco e cuore,
accarezza le scapole
prendimi alla gola senza lasciarmi deglutire.
Innalzati nel cervello
e scompiglia ogni neurone,
sussurrami negli orecchi le frasi degli angeli.
Infine,
scendi negli occhi, sotto le palpebre
e sii lacrima d’amore,
oceano dove annegare.

rsk