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Tre poesie da LA NOSTRA CLASSE SEPOLTA. Cronache Dai Mondi Del Lavoro

Al mattino e un grado
si hanno buoni propositi:
strizzare i rami dalla rugiada
lavare carote e barbabietole.

Sogno, dopo aver sognato
lungo l’intera tiepida tenebra.
Sogno di parlare
dopo non aver emesso
per ore neppure un suono
neppure con uno come me.

Al mattino e un grado
il recinto provinciale
gronda di lamenti.

Sui fili freddi, orme
e capelli di animale.

(Marjo Durmishi)

***

L’ OPPORTUNITÀ

Ti concedo
ti permetto
ti elargisco
tollero
ti accordo
ti autorizzo
ti consento
sopporto.
Ti regalo un’opportunità
ti aiuto io
ti assumo.
A tempo determinato.
Bacia l’anello
figliuolo.

(Luca Bassi Andreasi)

***

ISTANTANEA

Tra la tangenziale e l’inferno
in un cubo grigio a molte stelle
l’opportuna sede del meeting sul mercato

ed ecco il mercato in forma di torta
e attorno alla torta molti coltelli
e le figure coi coltelli pronte a scannarsi

un uomo scorre febbrile le diapositive
e febbrilmente cita uno scrittore che scrisse:
“non importa se tu non ti interessi alla guerra
perché è la guerra che si interessa a te”

un poeta travestito da loro dipendente scrive:
“non importa se voi non leggete le poesie
perché sarà la poesia a leggervi tutti”.

(Christian Tito)

***

L’antologia

Lo sappiamo entrambi
che l’essenza del viaggio sta nel primo passo,
staccarsi dal nido, oscillare sul dirupo.
Lo vediamo bene
il nostro stare sospesi in alto
mentre il treno di sotto taglia la campagna
e ricuce luoghi con una linea retta, una sigaretta
che si assottiglia nella sala d’attesa,
il circuito della lancetta.
Solo chi sta al nostro fianco
sa che dall’ala di qualunque aereo
tutti i balconi di Lisbona sono uguali
e non c’è rampicante che tenga
nemmeno un vestito fiorito steso al tepore,
un fremito un battito un lirico alito
che stringa la distanza.
Ma dammi ancora la mano ora che precipitiamo
su poli commerciali pressati di negozi
su file di cartelloni con scritto saldi
e sulle offerte take away di cibo giapponese.
Prendimi entrambe le mani, ti prego
prendi la cloche di comando,
voglio tappare ciascuno dei tuoi singhiozzi
frattanto che scendiamo giù negli inferi
imprecando contro una qualsiasi divinità uccello
per trovarci un mantello di piume mai usato.

rsk

È una giornata calda
di fine ottobre.
La porta dell’officina è aperta,
qualche rondine ritardataria
mi passa sopra la testa.
Vorrei neve sporca
su queste piastrelle:
che mi sia lieve
oggi che non ho
nessuna cosa da dire.

Se Non Il Cuore

Se non il cuore
affittami di te un’altra parte,
un dito una falange il polso intero
un polmone,
cosicché ci possa scrivere sopra
il mio impero,
i ciottoli delle strade
e i ponti mobili di ferro e legno,
il fondo dei fossi.
Dammi di te una arteria
da usare come autostrada,
un tuo capello sciolto tra campi di frumento,
un pelo per farne filo del telefono
con cui chiamarti e strapparti
dalla formalina di una cabina fuori uso.
Donami di te i mandorli,
la rivoluzione industriale dal suo inizio,
il tuo cane che sbadiglia
e il sale nell’acqua della pasta.
Lasciami di te un’impronta:
che diventi tomba
quando non vorrai essermi più tana.

rsk

Papà è sempre stato un gran lavoratore.
Ha iniziato presto a sgobbare,
intorno ai quattordici anni, che a quei tempi
qualche soldo in più in casa
faceva davvero comodo.
Da che ne ho memoria
io lo sentivo alzarsi di buon’ora al mattino
per uscire e tornare tardi alla sera;
a volte non lo vedevo per giorni
e quando rincasava portava con sé un sacco pieno
di stracci sporchi e di ricordi.
Papà è sempre stato un gran lavoratore
e mi ha insegnato il culto del sacrificio
e del lavoro, e a non rimanere mai
con le saccocce sgonfie.
Oggi che è in pensione
si trova al mare, a inseguire l’estate;
mi invia foto di spiagge assolate, di palme verdi
e di ombrelloni aperti,
mi invia foto del sudore di un ex lavoratore
steso al sole.
Mi chiede se sto bene, se penso mai
al giorno che sarò io in pensione.
Gli rispondo – amaro – di sì.
Non sa che qui in fabbrica è un eterno inverno.

rsk