Archivi tag: fabbrica

Hanno ricavato un locale mensa
da un vecchio ufficio abbandonato.
Quattro tavoli con le sedie incorporate
in fila per due
sono al centro della stanza; ai lati
due microonde, un cuoci vivande
e un armadio con le ante
scorrevoli, chiuse a chiave.
Come pavimento
linoléum color carta da zucchero
e alle finestre
veneziane di una tonalità poco differente.
Una stufetta elettrica made in China
per compensare lo scarso valore dei termosifoni
fa sentire i suoi sbuffi.
Entra poca luce.
Il profumo rianimato dei cibi precotti
si confonde con le tute di lavoro
lasciate appese agli armadietti dello spogliatoio adiacente.
Sorrido.
A sentire questo odore
mi vedo come un pezzo di insalata
tra i denti di un ingranaggio storto.

rsk

Le luci del mattino non sono fatte di alba
sono led fluorescenti che investono la via
e la fanno sembrare viva.
La produzione già mi aspetta con i suoi cancelli aperti
e con le finestre degli edifici che sembrano sguardi assatanati.
Le ante dei portoni mi ricordano fauci spalancate.
Le macchine all’interno sono diavoli che non dormono
attendono la mia carne per pungerla e squamarla
sotto vivide luci da sala operatoria.
La fabbrica è una bestia che nera non riposa,
ha denti d’acciaio cariati di polietilene
con cui mi morde polpastrelli e palpebre
e la strada tortuosa è la sua lingua che viscida mi cattura.
La fabbrica è una bestia che mi insegue giorno e sera
reclamando la mia schiena
perché mi vuole possedere con i suoi meccanismi
mentre le luci del mattino
rimangono tremori di stanchezza che non passa
e io sono stanco, tanto stanco di scappare.

rsk

Siberia

È uno spigolo di Siberia, la fabbrica
quando riapre
con i suoi discorsi di ferie passate, di sveglie suonate
mai troppo presto
e che ti fanno rimpiangere l’inverno per le strade
mentre tua madre sta sognando tuo padre ancora giovane
di quella giovinezza che le suggerisce l’ora di andare
in cucina, a preparare la colazione
e più tardi
il pranzo per la tua pausa da campione
– perché sei ancora il suo campione –
anche se oramai
le mutande te le lavi da solo.
È un campo in Siberia, la fabbrica
con il ferro degli utensili ghiacciato
che ti rimanda ai pini sotto zero
e non appena stringi il primo pezzo in morsa
parallelo senti il gelo mordere la condensa dei tuoi pensieri
e vorresti scoppiasse un incendio in reparto
per scaldarti un poco le brache
e farti qualche goccio in più di ferie
per spendere tutto ciò che della tredicesima in tasca ti rimane.
Quando riapre, in inverno, questa fabbrica
è come la taiga siberiana
e fa un freddo cane, quasi assassino
che io sembro mio nonno partito per il fronte nel ’41
da cui ha fatto ritorno
con l’artico infiltrato nell’eskimo
e con un sacco in spalla pieno di storie tristi
che in confronto questo gelo
ha il calore di un timido inferno.

rsk

Piove

Piove
sui cassonetti della differenziata
sulla carta macerata
sulle misure di sicurezza addormentate
sulle nostre unghie sudicie
sulle tute blu di sudore umide
sugli scoli delle industrie fatiscenti
e sui becchi dei corvi appollaiati
che mirano alle nostre carcasse.
Piove
sulla vita al minimo salariale
sull’agenzia interinale
sulla busta paga e la lavatrice guasta
sulle pensioni sempre più chimera
sui cassetti vuoti di sogni ma pieni di attrezzi
sulle impalcature che ci uccidono di palazzi
sui morti del lavoro in nero
sui turni che di stanchezza massacrano
sulla dignità persa al lavoro
e che non vale un posto trovato in paradiso.
Piove ruggine su tutto questo
e con lei piovono
finestre che guardano altre finestre
porte lasciate aperte sull’asfalto affamato di verde
piovono vecchie ciminiere
sopra le sigarette nei posacenere
piovono negre al ciglio della provinciale
piovono le loro schiene curve come sciabole magre
piovono le rose dei bengalesi
e gli H24 dei cinesi
tra rumori di pneumatici nel traffico di cantieri.

Piove, piove e piove ancora
e tutto questo piscio di angeli che su di noi si ribalta
non disseta ne sciacqua
la nostra condizione scialba di capitale umano.

rsk