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Due di me

A volte capita di pensarmi come un essere umano diviso in due parti ben distinte: una astratta dedita alla poesia e una più materiale appartenente al mondo operaio. Queste due fazioni le sento in contrasto tra di loro, con penna tra le dita di una e chiave a brugola in mano all’altra, battagliando fin dall’alba per affermare la propria sovranità sulla rivale

A dimostrazione di ciò, due poesie scritte a distanza di tempo che sembrano mettere in scena un dialogo tra le sopra citate diversità.


PAROLE E CARRIOLE

Uomo! Uomo!
Ome che te végni ‘ndrè da’l laurà, ma làsa sta!
Faccio i conti con te
con la circostanza di essere o non essere poeta.
Ti misuro con un calibro di pane duro, insipido e amaro
e sciacquo via dalla pelle il sudore delle tue bestemmie non belle.
Il camice blu gettato all’angolo
è la spugna di un pugile improvvisato, senza resa
che incassa colpi allo stomaco
quando tu, uomo, accantoni i tuoi vestiti.
Il poeta lo distingui
ha una pesante anima senza portafoglio
e con la pancia gonfia, si! ma vuota…
rinchiuso in un corpo stretto che io non voglio,
non per la bellezza di gesti, parole e carriole
nemmeno per una bacheca di lustrini e di stolti rigidi omini.
Il suo miracolo va oltre la miseria umana
vive della sua costante sconfitta là, nella buia soffitta
mentre tu, sommerso dalla fuliggine, continui il tuo trotto corto
morto, fermo steso al suolo non più uomo
ma un essere…
con la bocca asciutta da un fiume di gabbie.
E io ti mangio in testa…!

***

BOMBA

Io ti conosco…
Sei un miserabile sciocco sognatore
parcheggiato contro una parete di polvere
e ti dico
che i poeti si fregano da soli.
Lasciali perdere
non concludono niente
non sanno faticare
e si gettano addosso marchiature peggiori del fuoco.
Guardati…
ti credi un soggetto sciagurato
capace solamente di tagliarti con il rasoio
di quel mestiere che tu chiami poesia
ma sei trito pasto per i vermi come me
che non vivo di parole
ma di rozzo e acido sudore.
Sotto il mantello di quello che tu proclami un fardello
in realtà tu non hai niente…
tu sanguini soltanto per cercare sempre più dolore
e sembrare una vittima.
Mi fa pena la tua finta debolezza
e quando torno a casa con il mio carico stanco
e ti ritrovo davanti allo specchio consumato dal tuo tempo perso
io mi burlo di te.
E ti rido in faccia.

Senza titolo 58

E intanto che continua estenuante
il braccio di ferro tra sindacati e Stato
per la chiusura degli impianti,
io sono giunto
al decimo giorno con indosso
la stessa mascherina monouso.
La tela ormai si è fatta nera
ha impronte colore del catrame
e puzza di sudore
puzza come un orso bagnato.
Nelle sue trame
il DNA del ferro
il codice binario del controllo numerico
la mia pelle morta
la mia barba incolta
il giallo del fiato e l’oro del mattino,
tutto in quarantena sulla mia faccia.

Senza titolo 57

Varcata la cancellata
siamo legionari che si conquistano il pane.
Le antinfortunistiche sono scudo
la chiave a brugola è gladio
la lima a denti grossi il pugnale dell’affondo.
Le nostre vite restano fuori
come cani fedeli
come l’amante che aspetta il suo turno.
Passiamo alla storia
con il nome inghiottito dall’azienda.

Senza titolo 55

La pausa caffè
me la faccio bello comodo
seduto a un tavolo
del locale mensa.
Apro il pacchetto dei biscotti
mi verso del the caldo dal termos
assaporo il gusto aspro
dello yogurt bianco.
Non accendo la luce
rimango nella penombra
siedo svaccato come fossi sul divano.
A volte mi addormento.
La pausa caffè
me la passo bello comodo
da solo, indisturbato
e mentre in reparto i diavoli urlano
io mi fecondo con un po’ di paradiso.

Fiore Di Carta

Dieci ore al chiuso
tra le mura di una fabbrica
mi costringono a dimenticare
di cosa sia fatta l’aria.
Quello che mi riempie fino ai polsi oramai
in gran parte non è più ossigeno,
è acqua che cola marcia
dal rubinetto del cassone del ferro.
I peli del mio naso
sono fili di ruggine e truciolo
e i calli mi parlano
di un padrone lucido e freddo, una lamina
di acciaio temprato.
Dieci ore di lavoro
chiuso in una latta di olio esausto
mi aiutano a forgiare
la tempra di questo foglio
mentre lungo i finestroni di cemento e vetro
cerco l’ultimo respiro buono.
Domani, sotto l’ombra di un fiore di carta
sarò un petalo di cellulosa esplosa
domani, all’ombra di un campo di frumento
riposerò per non essere più corrotto
dall’umidità del metallo.