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Contemplo Da Vent’Anni

Contemplo da vent’anni

lo stesso soffitto.

Conosco ogni crepa

ho dato un nome a ogni insetto

che ci abita dentro,

bevo l’olio che giallo cola

fino al pavimento.

Divento epilettico

fissando i neon che balbettano 

e il cesso è il mio ufficio:

ci leggo la Gazzetta

gioco a qualche rompicapo

resto fermo a fissare il vuoto.

Mi riprendo.

Senza titolo 62

Lunedì rientro in fabbrica
dove si tornisce il ferro e l’acciaio,
roba grossa e pesante
diametri minuscoli e micromeccanica.
Lunedì riparte il lavoro
senza straordinari a tagliare il metallo
che c’è la crisi di settore
e intorno alle fabbriche
c’è una sorta di guerra.
Nel caldo da sembrare agosto
mi porterò un panino
e una mezza bottiglia di acqua
per non fare pausa
per dirmi che andrà tutto bene.
Lunedì al rientro in fabbrica
lascerò fuori dal portone
le tracce di una poesia e una bicicletta:
che mi guidino all’uscita
fino alla porta di casa.

Due di me

A volte capita di pensarmi come un essere umano diviso in due parti ben distinte: una astratta dedita alla poesia e una più materiale appartenente al mondo operaio. Queste due fazioni le sento in contrasto tra di loro, con penna tra le dita di una e chiave a brugola in mano all’altra, battagliando fin dall’alba per affermare la propria sovranità sulla rivale

A dimostrazione di ciò, due poesie scritte a distanza di tempo che sembrano mettere in scena un dialogo tra le sopra citate diversità.


PAROLE E CARRIOLE

Uomo! Uomo!
Ome che te végni ‘ndrè da’l laurà, ma làsa sta!
Faccio i conti con te
con la circostanza di essere o non essere poeta.
Ti misuro con un calibro di pane duro, insipido e amaro
e sciacquo via dalla pelle il sudore delle tue bestemmie non belle.
Il camice blu gettato all’angolo
è la spugna di un pugile improvvisato, senza resa
che incassa colpi allo stomaco
quando tu, uomo, accantoni i tuoi vestiti.
Il poeta lo distingui
ha una pesante anima senza portafoglio
e con la pancia gonfia, si! ma vuota…
rinchiuso in un corpo stretto che io non voglio,
non per la bellezza di gesti, parole e carriole
nemmeno per una bacheca di lustrini e di stolti rigidi omini.
Il suo miracolo va oltre la miseria umana
vive della sua costante sconfitta là, nella buia soffitta
mentre tu, sommerso dalla fuliggine, continui il tuo trotto corto
morto, fermo steso al suolo non più uomo
ma un essere…
con la bocca asciutta da un fiume di gabbie.
E io ti mangio in testa…!

***

BOMBA

Io ti conosco…
Sei un miserabile sciocco sognatore
parcheggiato contro una parete di polvere
e ti dico
che i poeti si fregano da soli.
Lasciali perdere
non concludono niente
non sanno faticare
e si gettano addosso marchiature peggiori del fuoco.
Guardati…
ti credi un soggetto sciagurato
capace solamente di tagliarti con il rasoio
di quel mestiere che tu chiami poesia
ma sei trito pasto per i vermi come me
che non vivo di parole
ma di rozzo e acido sudore.
Sotto il mantello di quello che tu proclami un fardello
in realtà tu non hai niente…
tu sanguini soltanto per cercare sempre più dolore
e sembrare una vittima.
Mi fa pena la tua finta debolezza
e quando torno a casa con il mio carico stanco
e ti ritrovo davanti allo specchio consumato dal tuo tempo perso
io mi burlo di te.
E ti rido in faccia.

Senza titolo 58

E intanto che continua estenuante
il braccio di ferro tra sindacati e Stato
per la chiusura degli impianti,
io sono giunto
al decimo giorno con indosso
la stessa mascherina monouso.
La tela ormai si è fatta nera
ha impronte colore del catrame
e puzza di sudore
puzza come un orso bagnato.
Nelle sue trame
il DNA del ferro
il codice binario del controllo numerico
la mia pelle morta
la mia barba incolta
il giallo del fiato e l’oro del mattino,
tutto in quarantena sulla mia faccia.

Senza titolo 57

Varcata la cancellata
siamo legionari che si conquistano il pane.
Le antinfortunistiche sono scudo
la chiave a brugola è gladio
la lima a denti grossi il pugnale dell’affondo.
Le nostre vite restano fuori
come cani fedeli
come l’amante che aspetta il suo turno.
Passiamo alla storia
con il nome inghiottito dall’azienda.