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Aspettiamo in religioso silenzio
la sirena che indica la fine dell’orario
lavorativo. Ma qui siamo più avanti dell’intero mondo
e timbriamo con la mano sul marcatempo
che ci scheda
e dalla vita lì fuori ci esula.
Aspettiamo in religioso silenzio
il portellone del tornio automatico aprirsi
a rilento, tremando
con la nube di acqua chimica che si alza
verso il soffitto, avvelenandoci giorno dopo giorno.
E noi moriamo
moriamo poco a poco con dentro ai polmoni lo scempio
di sapere che la classe operaia non va in paradiso
ma scende a ogni ora giù nell’inferno.
Aspettiamo in religioso silenzio
le particelle senza voce dell’amianto, aspettiamo
la via verso il camposanto
con solo il ferro a gridare il suo lamento.
E non c’è nessun straccio bianco pulito
ne l’accompagnamento delle voci di un coro
a lavare via le polveri dell’annientamento.

rsk

Il mulettista siciliano
infilza con le pale i bancali
stracolmi di scatole zeppe di tappi in pvc;
qualcuna si rovescia per il sobbalzo,
qualche tappo cade a terra
e rotola in un angolo.

Non ha perso l’accento, il ragazzo
e porta ancora nelle pieghe del volto
gli aranci di Trinacria.

rsk

E infine, ai piedi della catena ci sono io
che a furia di correre e cambiare programmi
e sostituire utensili e rimpiazzare placchette
e molare punte e correggere misure
e telare bave e compilare schede
e toccare respirare mangiare cagare limatura,
logoro a fine giornata mi chiedo:
ma questa manutenzione di ingranaggi guasti
non si potrebbe programmare
per ogni pezzo della mia anima?

rsk

Tre poesie per tre orari topici

I.

Non c’è suono di cicale,
all’alba.
C’è solo il canto dei torni,
di api su boccioli d’acciaio.

II.

Torno a casa per la pausa pranzo.
La tovaglia è già stesa sul tavolo, dal mattino
e su di essa un piatto con bicchiere e posate.
Per il mio stomaco
un piatto di pasta, una marmitta di insalata
e niente vino,
che devo restare leggero.
Per il mio spirito, invece
riservo un pisolino di dieci minuti
in cui addomesticare la stanchezza,
l’umore cattivo della scimmia.
In questo breve spazio, noi che rientriamo
siamo la fame del mondo
siamo la stanchezza del mondo
e non abbiamo buoni pasto
da appendere allo spago teso da un muro all’altro
ma magliette pregne di sudore, bandiere
che non resteranno mai ferme nella corrente.

III.

Tutto tace alle diciassette:
il compressore dell’aria
le morse sopra i tavoli
e il carrello degli attrezzi.

Non c’è alcuna vita, all’uscita; soltanto
un cane che latra laggiù, a oltranza.

rsk

(Da) Quando C’è Stata La Crisi

Quando c’è stata la crisi ci hanno comunicato
che nessun operaio sarebbe stato licenziato
e che avremmo lavorato come pagliacci tristi di un circo
senza fare ore di straordinario.
Quando c’è stata la crisi ci hanno assicurato
che lo stipendio non sarebbe stato toccato
e che avremmo fatto cassa integrazione
al venerdì, per otto settimane.
E non era malaccio, lo ammetto
anche se i lotti produzione erano di poche unità
e i cambi macchina più frequenti
e si correva il doppio, il triplo, il quadruplo
e le tute a fine giornata erano sempre più nere e tramortite.
Ma quando è passata la crisi a me non hanno detto
che mentre il principale ringalluzzito
si sarebbe comprato un mezzo nuovo,
in crisi ci sarei finito io,
che dalle corse di allora
vedo le mie vene sfilacciarsi, finire in brandelli,
diventare da azzurre a color rame
e sembrare cavi di qualche schema elettrico transumano
tanto da pensare
che io sia diventato una specie di tornio mannaro
il quale si trasforma non appena comincia il turno diurno.

rsk