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Per un difetto impercettibile
della gamba sinistra
avanzava lento, oscillando.
I più giovani ridacchiavano
al suo passaggio,
i colleghi di una vita
manco più se ne accorgevano.

A me ha sempre ricordato
una barca in mezzo al mare.

rsk

Mekkanika ( ovvero La Ballata Delle Macchine Veloci)

Macchine
macchine veloci, voraci.
Macchine per costruire
bulloni di altre macchine
braccia meccaniche, schemi di cervelli
rotule e tibie in lega pesante.
Macchine
macchine rapaci, fallaci.
Macchine per costruire
pensieri cromati
e schemi logici su scala industriale,
brevetti e progetti fonte di guadagni.
Mi sono rotto un polso
e non ho quello di scorta
mi sono rotto la vita
e ho soltanto la firma
di un dottore – quaranta giorni di riposo
per chiamarmi fortunato
se più avanti ritrovo
il mio posto al banco di lavoro.

rsk

È una giornata calda
di fine ottobre.
La porta dell’officina è aperta,
qualche rondine ritardataria
mi passa sopra la testa.
Vorrei neve sporca
su queste piastrelle:
che mi sia lieve
oggi che non ho
nessuna cosa da dire.

Che V’ Importa

Che v’importa degli operai, tanto a breve spariranno
sostituiti da macchine che producono altre macchine.
Che v’importa dei loro tendini, dei loro polmoni presi in prestito
del loro cervello che muore in un movimento monotono.
Che v’importa se la loro giornata non ha senso
se inizia con la sveglia e finisce nel frastuono.
Che v’importa della mola
che gli sputa in faccia la sua forza abrasiva,
dei guanti buchi sopra i loro tagli neri,
che v’importa se crescono in cattività come asini da soma
e se per cibo hanno erba condita con acetilene
e delle dosi di caffè da bere per essere operativi attenti nevrotici.
Che v’importa, davvero
se l’operaio in catena lascerà il posto al personale più specializzato
alla fantascienza di macchine che in proprio ragionano
così perdendo ogni traccia di cuore muscoli e cervello
in favore di tic binari e di codici nervosi.
Che v’importa se magari un giorno
ci sarà una poesia per qualsiasi attrezzo rovinato, per qualsiasi bullone perduto
per qualsiasi cacciavite sbeccato
ma non per ogni morto sul lavoro.
Cosa vi importa – io mi chiedo – se ci saranno meno operai e più poeti
e si perderà così il ricordo
di una classe che scesa in piazza ha fatto tremare ogni padrone porco?
Che v’importa degli operai, tanto a breve spariranno;
restate lì, all’aria aperta
vivete le vostre mani bianche, la loro bellezza
e leggetevi una poesia sul pascolo della sera.

Papà è sempre stato un gran lavoratore.
Ha iniziato presto a sgobbare,
intorno ai quattordici anni, che a quei tempi
qualche soldo in più in casa
faceva davvero comodo.
Da che ne ho memoria
io lo sentivo alzarsi di buon’ora al mattino
per uscire e tornare tardi alla sera;
a volte non lo vedevo per giorni
e quando rincasava portava con sé un sacco pieno
di stracci sporchi e di ricordi.
Papà è sempre stato un gran lavoratore
e mi ha insegnato il culto del sacrificio
e del lavoro, e a non rimanere mai
con le saccocce sgonfie.
Oggi che è in pensione
si trova al mare, a inseguire l’estate;
mi invia foto di spiagge assolate, di palme verdi
e di ombrelloni aperti,
mi invia foto del sudore di un ex lavoratore
steso al sole.
Mi chiede se sto bene, se penso mai
al giorno che sarò io in pensione.
Gli rispondo – amaro – di sì.
Non sa che qui in fabbrica è un eterno inverno.

rsk