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Le luci del mattino non sono fatte di alba
sono led fluorescenti che investono la via
e la fanno sembrare viva.
La produzione già mi aspetta con i suoi cancelli aperti
e con le finestre degli edifici che sembrano sguardi assatanati.
Le ante dei portoni mi ricordano fauci spalancate.
Le macchine all’interno sono diavoli che non dormono
attendono la mia carne per pungerla e squamarla
sotto vivide luci da sala operatoria.
La fabbrica è una bestia che nera non riposa,
ha denti d’acciaio cariati di polietilene
con cui mi morde polpastrelli e palpebre
e la strada tortuosa è la sua lingua che viscida mi cattura.
La fabbrica è una bestia che mi insegue giorno e sera
reclamando la mia schiena
perché mi vuole possedere con i suoi meccanismi
mentre le luci del mattino
rimangono tremori di stanchezza che non passa
e io sono stanco, tanto stanco di scappare.

rsk

Siberia

È uno spigolo di Siberia, la fabbrica
quando riapre
con i suoi discorsi di ferie passate, di sveglie suonate
mai troppo presto
e che ti fanno rimpiangere l’inverno per le strade
mentre tua madre sta sognando tuo padre ancora giovane
di quella giovinezza che le suggerisce l’ora di andare
in cucina, a preparare la colazione
e più tardi
il pranzo per la tua pausa da campione
– perché sei ancora il suo campione –
anche se oramai
le mutande te le lavi da solo.
È un campo in Siberia, la fabbrica
con il ferro degli utensili ghiacciato
che ti rimanda ai pini sotto zero
e non appena stringi il primo pezzo in morsa
parallelo senti il gelo mordere la condensa dei tuoi pensieri
e vorresti scoppiasse un incendio in reparto
per scaldarti un poco le brache
e farti qualche goccio in più di ferie
per spendere tutto ciò che della tredicesima in tasca ti rimane.
Quando riapre, in inverno, questa fabbrica
è come la taiga siberiana
e fa un freddo cane, quasi assassino
che io sembro mio nonno partito per il fronte nel ’41
da cui ha fatto ritorno
con l’artico infiltrato nell’eskimo
e con un sacco in spalla pieno di storie tristi
che in confronto questo gelo
ha il calore di un timido inferno.

rsk

Piove

Piove
sui cassonetti della differenziata
sulla carta macerata
sulle misure di sicurezza addormentate
sulle nostre unghie sudicie
sulle tute blu di sudore umide
sugli scoli delle industrie fatiscenti
e sui becchi dei corvi appollaiati
che mirano alle nostre carcasse.
Piove
sulla vita al minimo salariale
sull’agenzia interinale
sulla busta paga e la lavatrice guasta
sulle pensioni sempre più chimera
sui cassetti vuoti di sogni ma pieni di attrezzi
sulle impalcature che ci uccidono di palazzi
sui morti del lavoro in nero
sui turni che di stanchezza massacrano
sulla dignità persa al lavoro
e che non vale un posto trovato in paradiso.
Piove ruggine su tutto questo
e con lei piovono
finestre che guardano altre finestre
porte lasciate aperte sull’asfalto affamato di verde
piovono vecchie ciminiere
sopra le sigarette nei posacenere
piovono negre al ciglio della provinciale
piovono le loro schiene curve come sciabole magre
piovono le rose dei bengalesi
e gli H24 dei cinesi
tra rumori di pneumatici nel traffico di cantieri.

Piove, piove e piove ancora
e tutto questo piscio di angeli che su di noi si ribalta
non disseta ne sciacqua
la nostra condizione scialba di capitale umano.

rsk

Io non so cosa resterà di questa giornata fenice
cominciata con un sogno accartocciato sul comodino
e con zanzare spiaccicate sull’intonaco delle pareti.
Di certo rimarrà il sudore sulle lenzuola
l’afa che mi porto dentro e che nelle ore più fredde si sprigiona
e le macchie oleose della tuta blu lasciata riposare
in bagno, dove non intacca la sensibilità dell’olfatto.
Resterà forse un po’ di limatura sulle scarpe
e qualche taglietto ai lati delle unghie
oppure ore di straordinario sul calendario segnate
come fossero il conteggio dei giorni di chi sta al gabbio.
Probabilmente avanzerà sul tavolo
l’ultimo pezzo uscito dal CNC ancora bagnato di bianco chimico
e l’abrasivo della mola mescolato a pulviscolo vario,
rimarrà il materiale in eccesso da raschiare via
con una lama affilata a mano – in arrotino’s style.
Io non so cosa lascerò alle spalle a fine turno
forse il silenzio delle tubature dell’olio
forse il respiro pneumatico del compressore malandato
oppure una giungla di liane composte da materiale diverso
e una fauna di animali fantascientifici nati dal codice binario.
Può darsi che rimanga un fazzoletto sporco, caduto a terra
a testimoniare il mio passaggio.

rsk