Le luci del mattino non sono fatte di alba
sono led fluorescenti che investono la via
e la fanno sembrare viva.
La produzione già mi aspetta con i suoi cancelli aperti
e con le finestre degli edifici che sembrano sguardi assatanati.
Le ante dei portoni mi ricordano fauci spalancate.
Le macchine all’interno sono diavoli che non dormono
attendono la mia carne per pungerla e squamarla
sotto vivide luci da sala operatoria.
La fabbrica è una bestia che nera non riposa,
ha denti d’acciaio cariati di polietilene
con cui mi morde polpastrelli e palpebre
e la strada tortuosa è la sua lingua che viscida mi cattura.
La fabbrica è una bestia che mi insegue giorno e sera
reclamando la mia schiena
perché mi vuole possedere con i suoi meccanismi
mentre le luci del mattino
rimangono tremori di stanchezza che non passa
e io sono stanco, tanto stanco di scappare.

rsk

Senza Titolo

A volte vorrei rallentare un poco,
fermarmi prima del supplizio
prendere qualsiasi piccolo insegnamento
e ficcarlo con forza
tra le costole di ogni discorso sospeso.
Mi prende una sorta di malinconia, sai
quando tiro il freno a mano
e sfrigolo sul ghiaccio di sensazioni rubate,
quando una riga sulla superficie liscia
diventa solco nel terreno,
quasi a deturpare
il bello di questo mio faccino barbuto.
A volte vorrei affondare un poco, scemare nel blu cobalto
di un maglione infeltrito,
di un cielo da rondini screziato
di una corsa che sta lì in mezzo, raccolta in un libro che ho riletto.
Non so cosa darei, forse un assegno in bianco
per retrocedere a quell’abbraccio dal sapore di sesamo
ed essere pagnotta nelle mani di chi per anni
ha impastato sapienza
e coraggio di vivere.
Ma oggi non è tempo.
Ora per ora, pezzo per pezzo,
regalo un mio ricambio. E non è cosa da poco.
Forse sbaglio, ma lo faccio
per comprarmi un maglione
che non sia infeltrito dal mio scorrere rattoppato.
È in questi istanti moltiplicati
in un gioco di specchio su specchio
che tengo premuta la valvola del respiro
e lascio uscire ed entrare il necessario
dalla soglia del mio Gòlgota,
barcollando in preda al pianto.
Non so cosa voglia significare
questa pseudo lettera che fluisce ruffiana.
Forse sono solo cicatrici,
qualcosa da cacciare fuori dalla fronte
come un bernoccolo che non ha dimensione.

rsk

Gli Stivali Di Mio Nonno

Mi scuso per questo mio corpo
fragile, poco adatto all’orario continuato,
per l’affetto delle parole
che vanno e vengono puttane
e sbiadiscono sulla guglia della saliva.
Chiedo venia se preferisco
mangiare manciate di terra,
mangiarne i vermi le radici e i fossi intorno
invocando i campi dei ricordi,
terriccio per i miei versi.

Già, i ricordi.

Mio nonno era solito
inzuppare più volte nel vino il pane.
Seduto a tavola, sul lato lungo della stessa
guardava mia nonna lessare le patate
in quella cucina color marrone.
Io sedevo al suo fianco in attesa del pranzo

-patate schiacciate e una scatoletta di tonno sott’olio,
il cibo dei poveri –

e non capivo quella liturgia fatta di pane e vino,
non capivo che era la preghiera di un uomo
alla cui terra aveva dato tutto
ribaltando zolle come se lui stesso
fosse stato un seme di primavera allo specchio.

Oggi ai piedi io ho soltanto linoleum,
il mio grigio artificiale terreno macchiato bianco
su cui cammino con punta di ferro,
e nel taschino tengo gli stivali fangosi del vecchio
anche se
ho perso il suo pregare
in cambio di strisce magnetiche che a guardarle bene
sono vomere e fine risacca.

rsk

Siberia

È uno spigolo di Siberia, la fabbrica
quando riapre
con i suoi discorsi di ferie passate, di sveglie suonate
mai troppo presto
e che ti fanno rimpiangere l’inverno per le strade
mentre tua madre sta sognando tuo padre ancora giovane
di quella giovinezza che le suggerisce l’ora di andare
in cucina, a preparare la colazione
e più tardi
il pranzo per la tua pausa da campione
– perché sei ancora il suo campione –
anche se oramai
le mutande te le lavi da solo.
È un campo in Siberia, la fabbrica
con il ferro degli utensili ghiacciato
che ti rimanda ai pini sotto zero
e non appena stringi il primo pezzo in morsa
parallelo senti il gelo mordere la condensa dei tuoi pensieri
e vorresti scoppiasse un incendio in reparto
per scaldarti un poco le brache
e farti qualche goccio in più di ferie
per spendere tutto ciò che della tredicesima in tasca ti rimane.
Quando riapre, in inverno, questa fabbrica
è come la taiga siberiana
e fa un freddo cane, quasi assassino
che io sembro mio nonno partito per il fronte nel ’41
da cui ha fatto ritorno
con l’artico infiltrato nell’eskimo
e con un sacco in spalla pieno di storie tristi
che in confronto questo gelo
ha il calore di un timido inferno.

rsk

Sulla Pelle Del Mare (trittico del mare)

I.

Non si poteva parlare,
Il silenzio era troppo bello.
Chiuso nella gelida luna
nudo di ogni inutile seta
ti ascoltavo respirare
cortese
su di me.
Prima le tue mani
e ora tra le mani
mi rimane solo un cumulo di ortiche
rivivere il sole d’inverno
fiorato appena quella notte con te
per spiegare la vela e lasciare un solco
sulla pelle del mare.

II.

Poeta mio
come i pescatori più esperti
che alla sera al largo
se ne vanno lontano tu
le reti in me affondi
per raccogliere perle di poesia.
Poeta mio
che mi aspetti per sciogliere i nodi
della tua vela ansiosa di golfi
quando le ombre si fanno lunghe
invado questa attesa
con la voracità delle onde
e ti porto con me
sul fondale dell’anima.

III.

In un momento di disincanto
la nave di piume nere approda nel mio porto
e imbarcatomi dubito del mio ruolo tra le sirene
e delle mie stesse parole.
Vorrei essere un qualsiasi marinaio
starmene lì con le mani in mano
a guardarmi riflesso sopra un molo di cemento
e scardinare i sigilli del mondo.
Ma non posso
io sono il capitano
e mi tormento.
non trovo un’onda fertile
per questa mia vela infantile
che troppo fine per questa vita di coltelli
si lacera e sanguina.

rsk