Il Pellicano

Vorrei il privilegio del pellicano
che sa sfidare il vento e mira alla sua conquista
senza avere caviglie e polsi legati all’ inquietudine
di perdere la libertà di sbagliare corrente
e cadere tra gli schiaffi del mare.
Vorrei lo spazio di un ciliegio
e respirare il sale che rischiara l’ultimo freddo
posato sul mio becco da un giorno distratto.
Mi vedreste così, dite, mi vedreste così?
Mutare la stagione dei serpenti
levandomi dalle labbra e da tutte quelle pietre
che uccidono.
Non esisterà più rassegnazione
e – nonostante io non sia un uccello
e la mia incompletezza sia un rimprovero di stelle –
anche da seduto
io darò in pasto il mio petto al cielo
con la gola sradicata
che alza un grido verso la carità dell’ infinito.

Io sono pellicano
voglio dare un gesto alle mie piume, a tutte
le mie molecole.

rsk

E se mai ci accorgessimo un giorno che l’oceano è un cielo capovolto
riusciresti a dire alle navi che stanno semplicemente volando?
Riusciresti a toccare le nubi per vedere se siano onde
oppure gemiti di qualche semidio nascosto
tra le siepi di un robot fatto a corpo di uomo,
riusciresti davvero a saltare in alto senza affogare sul fondo?
Io me lo chiedo spesso
seduto in una teca di velluto
nudo allo specchio, in fallo
contratto in un fascio di nervi, sfilacciato.
E se mai ci accorgessimo di essere crepe di un diorama di cristallo,
riusciresti a essere il tratto che evidenzia il mio sbaglio, la mano
che corregge me distratto
sulla riva del volo, sul punto interrogativo alla fine del groviglio?

Riusciresti a essere tu la mia risposta
quando infrango il vetro?

rsk

Alla fine quel che conta è
la trasparenza con cui tu guardi me
non come poeta ma come operaio,
un operaio che rincasa
con i piedi sformati dalle antinfortunistiche
con i calli che rendono il passo zoppo
e la salopette che porta sulla pettorina
il marchio dell’azienda.
Se mi incontri per strada
con questi sponsor di sventura
non chiamarmi
e non farmi cenno di amicizia,
non stringere il pugno e non batterlo sul petto,
non fare finta di non sentire l’odore
del lubrificante
e del supplizio di avere calcestruzzo come cielo.
Non credermi eroe di inchiostro e di scalpello,
io sono quello
che con il nome dei pianeti non spartisce
né camicie né jeans alla moda,
che non calza scarpe di cuoio
dalle sei del mattino alle sette di sera.
Io sono
il residuo di lavoro nella maglia
che ti sfrega la pelle
che ti punge come un’ape
che ti sveglia quando ti pizzica rovente.
Alla fine quel che conta è
che tu legga questa poesia scritta sulla mia schiena dritta
senza dire di me
che sono poeta.

rsk

Santo

Tu non torni mai sui tuoi passi
continui a tenermi testa
nelle mie infinite vacanze
e sei il destino
che mi protegge dall’arsura del pianto
quando crollo in scarne paure.
Sei una madre alla porta
il tramonto della lontananza
il ritorno all’ essenza.
Non appena giungo
sul limitare della tua fragranza
l’amore vero
è ciò che mi rialza
e davanti a te sfilaccio desolanti pianure
per diventare uomo
poi santo.

rsk