Si apre una fessura di binari
e tu
come una rosa di pallido sole
scavalchi nebbie stanche
su e giù
ed infliggi ai miei occhi
infinite spine d’amore.
Io terremoto
bacio le radici della bellezza tua viva
divento un pugno aperto
cenere dispersa ad ogni fremito
e tra le tue gambe
mi sento corrotto
arretro
poi ti incorono mia Dea.
Ma tu mi pungi con aculei di sadico piacere
mentre io che da te vorrei essere morso
per rendermi eterno schiavo
ti prego…
infetta il mio colore
affonda i denti nel mio midollo.
Così mi entri nel corpo
mi rapisci l’anima
e dentro folli vortici mi esalti.
Ahimè! Non mi resta che farmi trattare
come uno scrivano al soldo di un cuore sordo
per riuscire a camminare dritto
senza catene che mi spingono in basso.

rsk, 2006.

Elettroshock

Le giornate corrono
i telegiornali offendono
la lingua dell’intelligenza.
Ignorando felice non mi informo…
Mani strette sulla vanità degli sprechi
simili a correnti elettroshock
tra gli spifferi dei miei spettri.
Vivo avvolto nell’isolante.
Vesto volgare di antichi lumi
mentre in bagno il rubinetto di continuo sgocciola
imprecando contro la mia vita.
Parlami
di ascensori che funzionano fino al penultimo piano
di cadute dalle scale
che percuotono la carne della creazione, dirette
come un cazzo che ruba il fiato.
Se non mi vuoi
lascialo fare ai silenzi,
se mi ami
alle tue dita che si intrecciano nei miei capelli
poi, fedele come una cagna, aspettami fuori dalla porta.
Io sarò il tuo poeta.

rsk

Siberia

È uno spigolo di Siberia, la fabbrica
quando riapre
con i suoi discorsi di ferie passate, di sveglie suonate
mai troppo presto
e che ti fanno rimpiangere l’inverno per le strade
mentre tua madre sta sognando tuo padre ancora giovane
di quella giovinezza che le suggerisce l’ora di andare
in cucina, a preparare la colazione
e più tardi
il pranzo per la tua pausa da campione
perché sei ancora il suo campione –
anche se oramai
le mutande te le lavi da solo.
È un campo in Siberia, la fabbrica
con il ferro degli utensili ghiacciato
che ti rimanda ai pini sotto zero
e non appena stringi il primo pezzo in morsa
parallelo senti il gelo mordere la condensa dei tuoi pensieri
e vorresti scoppiasse un incendio in reparto
per scaldarti un poco le brache
e farti qualche goccio in più di ferie
per spendere tutto ciò che della tredicesima in tasca ti rimane.
Quando riapre, in inverno, questa fabbrica
è come la taiga siberiana
e fa un freddo cane, quasi assassino
che io sembro mio nonno partito per il fronte nel ’41
da cui ha fatto ritorno
con l’artico infiltrato nell’eskimo
e con un sacco in spalla pieno di storie tristi
che in confronto questo gelo
ha il calore di un timido inferno.

rsk