Gli Stivali Di Mio Nonno

Mi scuso per questo mio corpo
fragile, poco adatto all’orario continuato,
per l’affetto delle parole
che vanno e vengono puttane
e sbiadiscono sulla guglia della saliva.
Chiedo venia se preferisco
mangiare manciate di terra,
mangiarne i vermi le radici e i fossi intorno
invocando i campi dei ricordi,
terriccio per i miei versi.

Già, i ricordi.

Mio nonno era solito
inzuppare più volte nel vino il pane.
Seduto a tavola, sul lato lungo della stessa
guardava mia nonna lessare le patate
in quella cucina color marrone.
Io sedevo al suo fianco in attesa del pranzo

-patate schiacciate e una scatoletta di tonno sott’olio,
il cibo dei poveri –

e non capivo quella liturgia fatta di pane e vino,
non capivo che era la preghiera di un uomo
alla cui terra aveva dato tutto
ribaltando zolle come se lui stesso
fosse stato un seme di primavera allo specchio.

Oggi ai piedi io ho soltanto linoleum,
il mio grigio artificiale terreno macchiato bianco
su cui cammino con punta di ferro,
e nel taschino tengo gli stivali fangosi del vecchio
anche se
ho perso il suo pregare
in cambio di strisce magnetiche che a guardarle bene
sono vomere e fine risacca.

rsk

Siberia

È uno spigolo di Siberia, la fabbrica
quando riapre
con i suoi discorsi di ferie passate, di sveglie suonate
mai troppo presto
e che ti fanno rimpiangere l’inverno per le strade
mentre tua madre sta sognando tuo padre ancora giovane
di quella giovinezza che le suggerisce l’ora di andare
in cucina, a preparare la colazione
e più tardi
il pranzo per la tua pausa da campione
– perché sei ancora il suo campione –
anche se oramai
le mutande te le lavi da solo.
È un campo in Siberia, la fabbrica
con il ferro degli utensili ghiacciato
che ti rimanda ai pini sotto zero
e non appena stringi il primo pezzo in morsa
parallelo senti il gelo mordere la condensa dei tuoi pensieri
e vorresti scoppiasse un incendio in reparto
per scaldarti un poco le brache
e farti qualche goccio in più di ferie
per spendere tutto ciò che della tredicesima in tasca ti rimane.
Quando riapre, in inverno, questa fabbrica
è come la taiga siberiana
e fa un freddo cane, quasi assassino
che io sembro mio nonno partito per il fronte nel ’41
da cui ha fatto ritorno
con l’artico infiltrato nell’eskimo
e con un sacco in spalla pieno di storie tristi
che in confronto questo gelo
ha il calore di un timido inferno.

rsk

Sulla Pelle Del Mare (trittico del mare)

I.

Non si poteva parlare,
Il silenzio era troppo bello.
Chiuso nella gelida luna
nudo di ogni inutile seta
ti ascoltavo respirare
cortese
su di me.
Prima le tue mani
e ora tra le mani
mi rimane solo un cumulo di ortiche
rivivere il sole d’inverno
fiorato appena quella notte con te
per spiegare la vela e lasciare un solco
sulla pelle del mare.

II.

Poeta mio
come i pescatori più esperti
che alla sera al largo
se ne vanno lontano tu
le reti in me affondi
per raccogliere perle di poesia.
Poeta mio
che mi aspetti per sciogliere i nodi
della tua vela ansiosa di golfi
quando le ombre si fanno lunghe
invado questa attesa
con la voracità delle onde
e ti porto con me
sul fondale dell’anima.

III.

In un momento di disincanto
la nave di piume nere approda nel mio porto
e imbarcatomi dubito del mio ruolo tra le sirene
e delle mie stesse parole.
Vorrei essere un qualsiasi marinaio
starmene lì con le mani in mano
a guardarmi riflesso sopra un molo di cemento
e scardinare i sigilli del mondo.
Ma non posso
io sono il capitano
e mi tormento.
non trovo un’onda fertile
per questa mia vela infantile
che troppo fine per questa vita di coltelli
si lacera e sanguina.

rsk

Téchne

Cammino male, a testa bassa.
Il sole non lo guardo in faccia
la gente la riconosco
dai passi che smuovono le ombre.
Non mangio bene.
Ingoio bocconi più grandi della bocca
lo faccio in fretta
e scivolo sulla scusa dell’abitudine.
Ho fatto del ritardo la mia arte
non chiedo scusa se arrivo dopo
e nemmeno se vado via prima.
Danzo sopra i coltelli di ogni misero taglio
e tra le piaghe tengo le forchette
con cui pettino le stelle.
Dico frasi senza peso
e per questo nessuno mi ascolta.
Non faccio ridere
siedo sempre all’angolo
e sprovvisto di un secondo di spugna
faccio a pugni con gli atomi
ma loro non si scompongono, mi osservano
come io osservo l’esistenza farsi
bella per recarsi all’ipermercato delle scontate intenzioni.
Vivo male
la carie sullo smalto del decoro
e chi non fa tesoro della propria bellezza
per regalare ulteriore bellezza.
Vado a letto tardi alla sera
per il semplice fatto che non desidero la mattina
e scrivo spesso di lingue
con cui lecco via i graffi
da una parete che non è casa mia.

rsk

Piove

Piove
sui cassonetti della differenziata
sulla carta macerata
sulle misure di sicurezza addormentate
sulle nostre unghie sudicie
sulle tute blu di sudore umide
sugli scoli delle industrie fatiscenti
e sui becchi dei corvi appollaiati
che mirano alle nostre carcasse.
Piove
sulla vita al minimo salariale
sull’agenzia interinale
sulla busta paga e la lavatrice guasta
sulle pensioni sempre più chimera
sui cassetti vuoti di sogni ma pieni di attrezzi
sulle impalcature che ci uccidono di palazzi
sui morti del lavoro in nero
sui turni che di stanchezza massacrano
sulla dignità persa al lavoro
e che non vale un posto trovato in paradiso.
Piove ruggine su tutto questo
e con lei piovono
finestre che guardano altre finestre
porte lasciate aperte sull’asfalto affamato di verde
piovono vecchie ciminiere
sopra le sigarette nei posacenere
piovono negre al ciglio della provinciale
piovono le loro schiene curve come sciabole magre
piovono le rose dei bengalesi
e gli H24 dei cinesi
tra rumori di pneumatici nel traffico di cantieri.

Piove, piove e piove ancora
e tutto questo piscio di angeli che su di noi si ribalta
non disseta ne sciacqua
la nostra condizione scialba di capitale umano.

rsk