Archivi categoria: Poesie

Che V’ Importa

Che v’importa degli operai, tanto a breve spariranno
sostituiti da macchine che producono altre macchine.
Che v’importa dei loro tendini, dei loro polmoni presi in prestito
del loro cervello che muore in un movimento monotono.
Che v’importa se la loro giornata non ha senso
se inizia con la sveglia e finisce nel frastuono.
Che v’importa della mola
che gli sputa in faccia la sua forza abrasiva,
dei guanti buchi sopra i loro tagli neri,
che v’importa se crescono in cattività come asini da soma
e se per cibo hanno erba condita con acetilene
e delle dosi di caffè da bere per essere operativi attenti nevrotici.
Che v’importa, davvero
se l’operaio in catena lascerà il posto al personale più specializzato
alla fantascienza di macchine che in proprio ragionano
così perdendo ogni traccia di cuore muscoli e cervello
in favore di tic binari e di codici nervosi.
Che v’importa se magari un giorno
ci sarà una poesia per qualsiasi attrezzo rovinato, per qualsiasi bullone perduto
per qualsiasi cacciavite sbeccato
ma non per ogni morto sul lavoro.
Cosa vi importa – io mi chiedo – se ci saranno meno operai e più poeti
e si perderà così il ricordo
di una classe che scesa in piazza ha fatto tremare ogni padrone porco?
Che v’importa degli operai, tanto a breve spariranno;
restate lì, all’aria aperta
vivete le vostre mani bianche, la loro bellezza
e leggetevi una poesia sul pascolo della sera.

Se Non Il Cuore

Se non il cuore
affittami di te un’altra parte,
un dito una falange il polso intero
un polmone,
cosicché ci possa scrivere sopra
il mio impero,
i ciottoli delle strade
e i ponti mobili di ferro e legno,
il fondo dei fossi.
Dammi di te una arteria
da usare come autostrada,
un tuo capello sciolto tra campi di frumento,
un pelo per farne filo del telefono
con cui chiamarti e strapparti
dalla formalina di una cabina fuori uso.
Donami di te i mandorli,
la rivoluzione industriale dal suo inizio,
il tuo cane che sbadiglia
e il sale nell’acqua della pasta.
Lasciami di te un’impronta:
che diventi tomba
quando non vorrai essermi più tana.

rsk

Papà è sempre stato un gran lavoratore.
Ha iniziato presto a sgobbare,
intorno ai quattordici anni, che a quei tempi
qualche soldo in più in casa
faceva davvero comodo.
Da che ne ho memoria
io lo sentivo alzarsi di buon’ora al mattino
per uscire e tornare tardi alla sera;
a volte non lo vedevo per giorni
e quando rincasava portava con sé un sacco pieno
di stracci sporchi e di ricordi.
Papà è sempre stato un gran lavoratore
e mi ha insegnato il culto del sacrificio
e del lavoro, e a non rimanere mai
con le saccocce sgonfie.
Oggi che è in pensione
si trova al mare, a inseguire l’estate;
mi invia foto di spiagge assolate, di palme verdi
e di ombrelloni aperti,
mi invia foto del sudore di un ex lavoratore
steso al sole.
Mi chiede se sto bene, se penso mai
al giorno che sarò io in pensione.
Gli rispondo – amaro – di sì.
Non sa che qui in fabbrica è un eterno inverno.

rsk

C’era La Polizia A Firenze

C’era la polizia a Firenze
e le tue iridi brillavano,
brillavano fuorilegge.
C’era la polizia e tu andavi
contromano
contropensiero
controfiletto.
Tu andavi e da te scansavi la gente.
I monumenti ti guardavano
mangiando i panini più zozzi, quelli
pieni zeppi di salse piccanti – per intenderci,
e i piccioni bevevano,
bevevano il succo rosso dei colli.
L’Arno ti bagnava i calzoni e le tasche
e le stringhe delle scarpe,
gli artisti di strada tentavano le tue anche
ma tu eri sfuggente, fendevi la penombra
nessuno riusciva a catturare
la tua camicia di donna.
C’era la polizia a Firenze,
la polizia da ogni buco del globo,
c’erano pure i sergenti amici di Dante
e le file di turisti cinesi – si, quelle ci sono ovunque.
Tutti al tuo seguito, a farti da scorta.
Io invece me ne stavo lì, in disparte
a non guardare quella culla di città
ma le tue fresche natiche.

rsk

Sognai che pioveva – piove sempre nei miei sogni.
Davanti a me c’era calca,
una colonna di ombrelli e cappucci
in attesa del 41 per chissà dove.
Le gocce colavano e rimbalzavano
fino all’asfissia del cielo,
il ciottolato era grigio, lucido, freddo.
Sognai alle mie spalle
un ipermercato chiuso
imbottito di pesce surgelato – aragoste seppie e naselli
che giocavano a rincorrersi.
Poi mi svegliai
e mi riaddormentai
e sognai lei, ferma di fronte a me.
La sua lingua nella mia bocca
le mie palle nella sua mano.
Poi mi svegliai
e di nuovo mi addormentai.
Le centrali termonucleari erano diventate piccoli cerini
e c’era foschia – tanta pungente foschia
ma la pelle bionda di lei era ancora lì
come un sole smorzato
un sorriso rubino
la fine di tutto questo sporco.

rsk