Gli Stivali Di Mio Nonno

Mi scuso per questo mio corpo
fragile, poco adatto all’orario continuato,
per l’affetto delle parole
che vanno e vengono puttane
e sbiadiscono sulla guglia della saliva.
Chiedo venia se preferisco
mangiare manciate di terra,
mangiarne i vermi le radici e i fossi intorno
invocando i campi dei ricordi,
terriccio per i miei versi.

Già, i ricordi.

Mio nonno era solito
inzuppare più volte nel vino il pane.
Seduto a tavola, sul lato lungo della stessa
guardava mia nonna lessare le patate
in quella cucina color marrone.
Io sedevo al suo fianco in attesa del pranzo

-patate schiacciate e una scatoletta di tonno sott’olio,
il cibo dei poveri –

e non capivo quella liturgia fatta di pane e vino,
non capivo che era la preghiera di un uomo
alla cui terra aveva dato tutto
ribaltando zolle come se lui stesso
fosse stato un seme di primavera allo specchio.

Oggi ai piedi io ho soltanto linoleum,
il mio grigio artificiale terreno macchiato bianco
su cui cammino con punta di ferro,
e nel taschino tengo gli stivali fangosi del vecchio
anche se
ho perso il suo pregare
in cambio di strisce magnetiche che a guardarle bene
sono vomere e fine risacca.

rsk

3 pensieri su “Gli Stivali Di Mio Nonno

  1. Daniela

    molti hanno lasciato le campagne sperando in un lavoro meno faticoso e meno dettato da intemperie e flagellanti infestazioni. Peccato che il periodo in cui il lavoro era riconosciuto sia durato un tempo breve; si è infranto un sogno grazie al menefreghismo di chi il lavoro lo doveva garantire e non sfruttare solo per accumulare denaro investito poi all’estero… sudore per sudore forse era meglio quella terra bassa e scura

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    1. roskaccio Autore articolo

      Io ci ho visto sempre un non so che di romantico nel lavorare la terra, nel curare qualcosa che poi, con i suoi frutti, ti avrebbe dato sostentamento; la corsa alle fabbriche, ai tempi serrati delle catene di lavoro, ci ha tolto questo romanticismo. E anche un po’ di umanità…

      Piace a 1 persona

      Rispondi
      1. Daniela

        concordo, a tal proposito basti ricordare il film Tempi Moderni di Chaplin che calca la mano sulla trasformazione dell’uomo che si ritrova legato ala catena di montaggio più che alla vita

        Mi piace

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