Tu eri sul divano e io stavo con la fame da frigo vuoto
appoggiato al termosifone che, per qualche sua ragione,
quella sera rimase freddo.
Il tuo respiro era il ritmo della stanza da notte,
il battere e levare della campagna dormiente
e in quella quiete il tuo nome
non era un vello sceso dal cielo
ne tantomeno una mano che mi portava al Signore, no
il tuo nome
era una lanterna che vibrava per il vento
un pettine di poesia lasciato sul televisore spento
ed era terreno, diventato di questo spazio
già dal momento in cui io ti dissi
di aver finito l’elenco delle stelle
già dal momento in cui tu mi dicesti
che la coperta di lana era troppo corta per uscire a piedi nudi nella nebbia
che il gelo negli occhi ti faceva male come fosse sabbia
e che non importava affatto se non ti leggevo due versi perché
in tutto quello strazio
ti bastava unicamente il crepitio del mio abbraccio.

rsk

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