Alla fine quel che conta è
la trasparenza con cui tu guardi me
non come poeta ma come operaio,
un operaio che rincasa
con i piedi sformati dalle antinfortunistiche
con i calli che rendono il passo zoppo
e la salopette che porta sulla pettorina
il marchio dell’azienda.
Se mi incontri per strada
con questi sponsor di sventura
non chiamarmi
e non farmi cenno di amicizia,
non stringere il pugno e non batterlo sul petto,
non fare finta di non sentire l’odore
del lubrificante
e del supplizio di avere calcestruzzo come cielo.
Non credermi eroe di inchiostro e di scalpello,
io sono quello
che con il nome dei pianeti non spartisce
né camicie né jeans alla moda,
che non calza scarpe di cuoio
dalle sei del mattino alle sette di sera.
Io sono
il residuo di lavoro nella maglia
che ti sfrega la pelle
che ti punge come un’ape
che ti sveglia quando ti pizzica rovente.
Alla fine quel che conta è
che tu legga questa poesia scritta sulla mia schiena dritta
senza dire di me
che sono poeta.

 

rsk