Quintessenza

I tuoi occhi non sanno
di falene che se ne vanno dentro altri occhi, ardenti
come ghiaccio non si spengono
in posacenere d’acqua e argento.
Le tue menti ricordano
esplosioni e disarmo, si diramano
fino a dove nasce il bel canto
e i tuoi palmi – splendidi – non stringono ne incatenano
ma tremano.
Vibrando, ardono e poi incendiano.
Il tuo volto
è una linea oltreoceano,
la quintessenza della bellezza,
e i tuoi seni ne immettono la forza.
Chi li canta
non ti sa davvero cantare
perché non c’è uomo in grado
di scardinare la gloria di chi ti ha creato.

rsk

Eppure

Eppure c’è qualcosa di insoluto
negli abbracci scordati in periferia
mentre correggo la vita
con l’amaro di ogni sbaglio.
Eppure è davvero strano
passare nella tua ombra sperandola accesa
nell’eco di un bacio mai dato
oppure rubato
dalla scena di un film muto.
In bianco e nero ti inseguo, scalzo
per entrarti in fondo
con un pezzo di carne pulsante nella mano.
Ma io faccio baccano
più di mille passi che cadono nel cristallo
e mi sveglio dal livore di non averti dormito addosso
nell’istante del tuo respiro.
E ti allontano.
E tutto rimane insoluto.
Eppure c’è in questo distacco
un po’ di mio tessuto
mentre ci appoggiamo
l’uno sul cuore dell’altra.

rsk

Il Rossetto Rosso

Avrei voluto scriverti qualcosa,
macchiare un vetro sporco con l’impronta della mano
oppure battere i tacchi per agitare il sonno dei crateri
ma ho voluto fare finta di niente
girare l’angolo
essere uno spiffero tra voci e moltitudini.
Avrei voluto dirti che ti ho vista
sul sagrato della chiesa, in una sera d’inverno
avvolta in un cappotto nero
e sulle labbra avevi un rossetto rosso che
Dio solo sa, mi ti ha fatto rimbalzare tra lo sterno e il cervello.
E ti potrei giurare in questo istante
chiuso nella mia testa
che sembriamo due calzini ora spaiati
da una lavatrice pronta a sfamarsi della mia voglia
di avvicinarmi per sfiorarti
e dileguarmi poi
per piangerti, per non volere ammettere che
nel mio sangue
sei rimasta uno spillo che si fa sentire ad ogni battito.
Vorrei continuare nel vento e nel suo moto
tutte le poesie che ti ho scritto
tutti i versi che non ti ho mai detto
e tutti i pensieri che in testa mi hai ficcato
ma mi calma
il rossetto rosso delle tue labbra
in quella sera d’inverno, sul sagrato di una chiesa.
Rideva felice di aver fermato il mondo.

rsk

Ruvida la notte
ha croci che portano la lingua
a un piano superiore dove
ciclica si estende
la meraviglia di molecole lente
affannate dal rilascio di saliva
sull’apertura di una schiena stellata.
Carica è questa notte
di denti cresciuti in saette
di morsi e lampi e mosche suicide,
carica è
con i suoi segreti disegni
e con la rabbia custode
di ombre perpendicolari al ricordo del sole.

È in questo angolo di arsura
che bramo della poesia la schiuma,
è di questo angolo la questione
di averla ingombro tra scapole e sterno.

rsk